Goodbye my lover, goodbye my friend… 

Addio all’amico che sei stato per me, per quasi due anni della mia vita, quando neanche mi conoscevi poi così bene.

Addio all’amante attento e dolce che ho conosciuto fugacemente, e che mi ha fatto capire cosa sia la vera passione.

Addio alla persona che aveva promesso di esserci, ma mi ha abbandonata nel momento più nero della mia vita.

E addio alla persona che ho incontrato oggi, che non è altro che l’ombra di se stessa. Una persona in conflitto, lacerata, marcia, che ha eretto delle barriere attorno alla propria anima. Che con le lacrime agli occhi mi ha guardata, dicendomi tutto ciò che non poteva, per sua stessa imposizione, perché sarebbe stato troppo doloroso aprire la diga di quel fiume, ormai in piena, che si agita nel profondo del suo petto.

Addio alla persona che si accontenta e ha deciso di rinunciare al vero amore, quello che ti travolge e ti lascia senza fiato.

Addio a colui che nel suo “porto sicuro” non trova altro che l’abitudine e l’alone di un amore e una vita ormai sfioriti.

Addio amico mio, mio amore…

E se il destino lo vorrà, magari un giorno ci ricontreremo e rideremo di tutto questo  dolore…


Tomorrow – Chris Young

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Caged

E mi riscopro fragile, ad ogni angolo, ad ogni svolta, ad ogni accenno di cambiamento.

Vorrei riuscir a spazzare via quelle sensazioni che talvolta ancora mi cullano nei momenti di sconforto, facendomi precipitare in un sonno agitato. 

Mi risveglio, apro gli occhi ed esattamente come la prima volta, faccio difficoltà ad accettare tutti i vuoti che ora sono parte di me. 

Incompleta, inadatta, imperfetta. 

Così mi vedo a dispetto di ciò che gli altri percepiscono. Posso scherzare, divertirmi e ridere di cuore, ma la tristezza è sempre con me, silenziosa amica della mia vita.

Il mio passeggero oscuro mi guarda con sorriso beffardo. Mi ha ingabbiata. Io che avrei dovuto ingabbiare lui. Io che non sono stata abbastanza forte, che ancora arranco a dispetto degli spiragli di luce che fanno capolino lungo il mio cammino. I ricordi sono la mia gabbia, le speranze di quello che avrebbe potuto essere e non è.  

Ed io continuo a sopravvivere, cercando di ricordarmi come si fa a “vivere”…

Damaged goods: Alienante normalità 

Osservo le persone. Sono normali. Semplicemente normali. E rifletto che quella normalità mi è estranea. 

Non ho mai saputo cosa fosse una famiglia normale, amicizie normali, amori normali. 

Mio padre, come nel più classico cliché da B-movie americano, lascia mia madre per la segretaria. Le mie migliori amiche, nel corso degli anni, hanno fatto a gara a pugnalarmi alle spalle o a “rubarmi” il ragazzo che mi piaceva. E gli amori… quelli per cui ho dato tutta me stessa mi hanno lasciato distrutta. Ne porto ancora le cicatrici, alcune non del tutto rimarginate. 

E allora, riflettevo, che quando mi capita qualcosa di normale non so apprezzarlo. Sono così abituata alle perversioni mentali, da non riuscire ad accettare altro modo di vivere. “Normale”… Mi risulta alieno, insensato e talvolta noioso. Quanto deve essere tarato su parametri sbagliati, il mio mondo, per considerare una cosa normale “noiosa”? 

Take a deep breath and hit Play… 

Agire con la paura di perdere qualcuno, porterà esattamente a quell’esito. 

È quasi una legge matematica che non ammette eccezioni. La paura ci frena, ci snatura e non ci permette di essere noi stessi. Il risultato è che prende vita un individuo “distorto” agli occhi della controparte, quasi come se lo si osservasse attraverso uno di quegli specchi deformanti che divertono i bambini al parco giochi. 

E allora bisogna iniziare o tornare ad essere fedeli a se stessi nell’agire, o nel non agire, come nel mio caso. 

La sindrome dell’abbandono, che così spesso torna a far capolino, mi spinge ad essere accomodante, anche laddove normalmente manderei al diavolo qualcuno o semplicemente lo ignorerei. Ma quando si tiene ad una persona che sembra ti stia sfuggendo dalle dita, è difficile non rincorrere. È difficile, impossibile, non tendere una mano… Quella stessa mano che nel momento del bisogno si è ritrovata ad afferrare aria. 

E allora faccio un passo indietro e ricordo che sono io quella importante. Vengo prima io, nella mia vita. Sono io la protagonista. Faccio un respiro e premo play, di nuovo. Smetto di mettere in standby la mia vita, in attesa di ciò che avverrà. Vivo per me, senza pensare a cosa potrebbe portare un mio silenzio o una mia risposta “forte”, come ero solita fare quando era lui a cercarmi, quando era lui a morire per me… 

Ma adesso non si tratta più di lui, o di quello che è stato. Si tratta di me. Alcune volte dimentico di mettermi a fuoco attraverso l’obiettivo, perdendomi ad osservare ciò che c’è intorno, come se non contassi abbastanza… 

In bilico…

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… È così che mi sento, con un funambolo sospeso a metri di altezza.
In perenne e precario equilibrio tra il fare e non fare, dire e non dire.

Questo limbo che ormai abita i miei giorni da un anno non sembra voler scivolar via.
E così io resto in bilico, tra il voltare pagina e i ricordi.
Tra il volerli cancellare e il volerne vivere di nuovi.
Quando, in fondo, questa possibilità non c’è mai stata.

“Accetta ciò che non puoi cambiare”.
Continuo a ripetermi questa frase come un mantra. La interiorizzo, la faccio mia, ma talvolta mi sfugge dalle dita e dai pensieri e allora tutto torna a galla.
La voglia di stravolgere tutto, la voglia di mettere un punto, la voglia di lui; onnipresente fantasma che alberga nei miei ricordi e nella mia vita.
Una presenza costante eppure lontana che crea dipendenza e non mi lascia vivere, continuando a nutrirmi di illusioni. Illusioni che so essere bugie, parole a metà, paura. Più sua che mia. Io quella l’ho abbracciata e fatta mia quando mi sono trovata il vuoto attorno. Non mi fa più paura quasi nulla, il peggio ormai è andato… eppure resto lì, a metà tra il fondo e la luce.
È come nuotare e risalire dall’abisso, ma essere in balia delle correnti.
Non ho le pinne come Ariel, fatico a tornare a galla, ma la luce è lì ed io la vedo.
Prima o poi tornerò a stendermi sulla sabbia infuocata a godermi il sole della vita.
Quella in cui io sono la protagonista, quella in cui il dolore è solo un ricordo lontano, quella in cui avrò imparato a lasciarmi amare, lasciando da parte giochetti e mezze verità che danno solo un brivido momentaneo, ma ti lasciano in mano solo una manciata di vetri rotti consumati dal vento e dall’ipnotizzante moto delle onde.

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