Maschere

Nuove sensazioni. Un nuovo corpo, una nuova realtà e l’ombra dei vecchi ricordi e fantasmi che, ogni tanto, fa ancora capolino. 

Questa è la mia vita. Abitata da presenze che si fanno spazio nel mio quotidiano. Un nuovo volto da accarezzare, da sognare, da baciare. E tutto fa un po’ paura. È come venir accecati da una luce abbagliante e calda alla fine di un lungo e tortuoso percorso. Il calore mi fa rabbrividire, è una sensazione estranea dopo tanto gelo, e il riverbero del sole, del mio sole, mi fa lacrimare gli occhi che stentano ancora ad adattarsi alla nuova condizione, al nuovo giorno. Un giorno in cui le nubi temporalesche appaiono lontane. 

Le istantanee di ciò che è stato sbiadiscono, ma le porto con me. Perché non è possibile cancellare il passato con un colpo di spugna. Sarà sempre dentro di me, parte di me, ciò che ho fatto e i limiti che sono riuscita a superare, e la cocente sconfitta di non esser stata abbastanza. 

Tante prove da superare, tanti ostacoli da abbattere e una ritrovata, o forse nuova, consapevolezza. Che niente è eterno, che anche il dolore più inabilitante poi sfuma, che non si può forzare la mano al destino, che accettare di non avere “potere” è l’unico modo per andare avanti. 

E il giorno, abbagliante e tiepido, diventa poi notte. Fresca e silenziosa. Sopra di me un cielo terso cosparso di stelle lontane. La sua presenza calda e rassicurante che mi avvolge… E penso che, forse, stanotte, dopo mesi di incubi, sognerò. Sognerò di aver conquistato finalmente la mia libertà. 

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Volti… 

Sono sotto la doccia e “scrivo”. Le parole compaiono nette, nitide e veloci nella mia mente, come se avessi carta e penna alla mano. 

Immagino di far l’amore con te sotto questa doccia immensa ed estranea, come ho fatto tante volte quando sono stata a Londra, quasi un anno fa. Quel bagno conserva i miei pianti solitari e i miei desideri nascosti ed inascoltati. 

Ti ho immaginato spesso con me. Il tuo fiato che si mescolava al mio, la tua lingua salire sul mio collo e tu dentro di me. Son sempre stati solo sogni e sapevo sarebbero rimasti tali, complice anche quel tuo complesso dei capelli. Non volevi che te li toccassi, perché li stavi perdendo e mettevi quella ridicola polvere colorata per mascherarlo. Le mie amiche mi prendevano in giro… Piangevo e ti desideravo e loro mi ripetevano di cercarmi qualcuno “meglio” di te, magari con i capelli a posto e gli “attributi”. Sorridevo e pensavo che io non ci badavo neanche più a quel tuo difetto. Non lo notavo, erano altre le cose che mi saltavano all’occhio. 

Ora sono qui, ad Istanbul, e scorgo un po’ di te nei volti dei passanti con il naso un po’ marcato, come il tuo, in una camminata che mi ricorda il tuo modo di incedere. Mi riscopro a pensarti talvolta, come adesso e mi chiedo ancora che senso abbia avuto tutto quel dolore, mio, forse anche tuo. Non riuscirò mai a spiegarmelo, ma ho smesso di andare in cerca di una risposta che neanche tu hai. Così vivo la mia vita e faccio come te… Ti rivedo un po’ ovunque, così come tu mi rivedi nei volti delle attrici dagli occhi verdi, nelle espressioni tra il buffo e il provocatorio, nelle chiome color grano, come mi scrivevi fino a ieri. Adesso il silenzio… Per poter ricominciare e riporre via il libro della nostra breve storia. Ma chissà se poi è davvero possibile lasciarsi alle spalle tutta quella passione… 

When you settle, but you call it Love 

Sento, sempre più spesso, amiche ed amici confessare un disagio mascherato, un’insoddisfazione latente. Il tema è, immancabilmente, quello dei rapporti di coppia. Il restare insieme ai rispettivi partner per abitudine. Per paura dell’ignoto, di cosa verrà dopo, di soffrire e far soffrire. 

Paura. È una parola ricorrente in tutti i miei post. Un’emozione che permea le menti della mia generazione. 

Ascolto queste storie che mi vengono raccontate con fare leggero, davanti ad un aperitivo o nel silenzio estivo delle case  che si svuotano e diventano luoghi intimi e di confessione. 

Perché accontentarsi quando “rischiando” si potrebbe essere felici?Non credo alla scusa che si rifilano da soli “è complicato, lui/lei soffrirebbe troppo, non è il momento”.

E allora aspettano, forse in eterno. Ingannando se stessi e la controparte che magari è ignaramente innamorata, scioccamente cieca, caparbiamente determinata a fingere anch’ella di non vedere. 

Soffrono. Di quel dolore sordo, costante, che non ti abbandona. Che si infiltra nei giorni che passano fino a diventare il quotidiano. E quando scorgono un vero barlume di felicità e lo assaporano, poi finiscono col fuggire, spaventati da quella sensazione così vera, totalizzante e “nuova”, che porterebbe a stravolgere tutto. 

Perché l’altra faccia della felicità è il dolore. Il dolore che nasce dall’averla provata e poi persa. Ogni volta si finisce col pensare che non si riuscirà mai più ad essere felici. Ma il tempo sana le ferite e piano piano si ricomincia a vivere, ad emozionarsi, senza doversi rifugiare in un “contentino”, che ha lo stesso effetto di un batuffolo di cotone su un’emorragia.  

Una volta ho provato anche io ad accontentarmi. È stato un esperimento, terminato nel peggiori dei modi ed in breve tempo. Non riuscivo. Sono geneticamente incapace di farmi star bene qualcosa col solo scopo di riempire un vuoto. Meglio la solitudine ad un ameno porto sicuro che però non è il tuo. Ma c’è chi, invece, va avanti per anni, riempiendo album di istantanee nelle quali il sorriso non raggiunge gli occhi. Ed è triste pensare che avere il coraggio di essere felici dovrebbe essere ciò che ci muove, ciò che ci rende essere umani. 

A Year Ago… 

Avevo scritto un altro post. Più “allegro”, positivo, ugualmente riflessivo… Ma stasera qualcosa ha risvegliato dentro di me una sensazione dormiente.

Era un anno fa.

Mia madre era in ospedale ed io vagavo per casa, sola, smaniosa, disperata.

Volevo il conforto della persona che aveva promesso di proteggermi. Mi aveva detto che non mi avrebbe mai lasciata sola e quella sera, in particolare, lo aspettai. Mi avrebbe stretta tra le sue braccia per tutta la notte e avrebbe spazzato via parte delle preoccupazioni che mi attanagliavano.

Ma non arrivò mai… Mi lasciò sola, come aveva giurato di non fare, come aveva già fatto altre mille volte nelle ultime settimane… L’inizio di una fine che avevo già preventivato, ma che scioccamente avevo deciso di ignorare per dare una possibilità a me stessa.

È passato un anno e io sono qui. Diversa, cambiata nel profondo, ancora incompleta, ma desiderosa di ripartire. Ed accanto a me, su questo letto disfatto, c’è lui. Un altro lui. Non ancora il mio lui. Mi stringe a sé, non accade nulla, non sono pronta, ma c’è e c’è stato anche prima che io me ne rendessi conto.

Ha combattuto per starmi accanto, nonostante gli abbia reso il percorso ancora più irto di insidie, per difenderlo. Per difenderlo da me.

Lui così simile alla sua “nemesi” nel modo di esprimersi, in alcuni piccoli gesti, eppure così dicotomicamente diverso. Opposto.

Lo guardo e penso che è davvero bello. Fuori ma soprattutto dentro. Penso che vorrei poterlo amare, ma c’è ancora qualcosa “in corto circuito” dentro me e l’interruttore continua a fare falso contatto. La luce tremolante della lampadina lampeggia ad intermittenza e rischiara parzialmente la stanza, lasciandone in ombra gli angoli. Ed è proprio in quegli anfratti oscuri che albergano i miei demoni e le mie paure, che dimostrano un malsano attaccamento alla mia persona.

E così mi limito a guardarlo, ancora incapace, ancora a metà. Seguo il suo profilo con un dito e lui mi sorride, posando un bacio sulla mia mano. C’è tristezza nei suoi occhi, mista a paura. La paura di chi conosce, di chi ha sofferto, di chi capisce. Lo attiro a me e lo bacio, pensando che, se il destino vorrà, avremo tutto il tempo del mondo per capire che strada percorrere, magari insieme…