La bambina oltre il muro

Stanotte ho sognato, ma non sono certa se si trattasse di un sogno o un ricordo.
Ero bambina, e da bambina amavo giocare nel giardino di casa; molto spesso sola perché figlia unica.
All’epoca, il muro confinante con la proprietà adiacente era per metà in mattoni sormontato da una grata sulla quale cresceva una pianta di rosa rampicante di un bianco candido. Tutte le volte che rientravo in casa dai miei giochi, ci passavo proprio accanto e sentito quel profumo di petali che permeava l’aria.
Mio padre l’aveva regalata a mia madre quando si erano trasferiti. Un pegno d’amore che ha avuto una fine tragica, come la loro storia.
Questa parte del sogno è reale, il muro è ancora lì, così come la grata e il ricordo delle rose è impresso nella memoria.
Un giorno, un voce oltre quella coltre di bianco e verde, mi chiamò, chiedendomi se avessi visto il suo pallone. L’aveva perso ed era finito nel mio giardino.
Rilanciai la palla a quella voce di bambina oltre il muro, e da quel giorno iniziammo a parlare. Inizialmente, lei rappresentava solo un volto indistinto tra le spine, poi, nel sogno o nel ricordo, so di aver visto quel volto nella sua interezza. Non ne ho memoria, è come osservare una pagina con degli occhiali di un’altra persona. Tutto è sfocato.
Ricordo poi di aver giocato nel suo giardino, fatto merenda con lei a casa sua e poi, con la stessa velocità, sparire dalla mia vita così come ne era entrata.
Un litigio, uno screzio. O forse era solo un’amica immaginaria, scomparsa con la consapevolezza degli anni che passano.
Eppure stanotte, ho sentito di nuovo quel profumo di rose.
Quella pianta che i vicini ci hanno fatto sradicare perché li infastidiva.
E per qualche minuto sono tornata bambina, giù in quel giardino, a giocare da sola, sognando di non esserlo.

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19 agosto – 19 settembre 

Le spire del sonno mi reclamano a sé, eppure resisto al loro ammaliante canto. Sento l’esigenza di scrivere queste due righe prima che svaniscano nella nebbia dei sogni.

Ci sono momenti di chiarezza cristallina, in cui riesci a vedere l’ordine di ciò che è stato prestabilito dall’universo. 

La pioggia accompagna questa notte malinconica, fatta di strade vuote e lampioni che gettano una luce calda sulle stradine alberate. 

Sono accoccolata sul sedile del passeggero. Reclinato, ed io raggomitolata come a voler custodire gelosamente le emozioni, facendomi scudo da quello che c’è attorno, per la paura che se le lasciassi andare, svanirebbero alle prime luci del mattino.

Non ho mai sentito che qualcosa o qualcuno potesse appartenermi tanto quanto lui. E mi spaventa. Mi terrorizza. Di quelle sensazioni che ti chiudono la gola e rendono mute le corde vocali. Riesco a pronunciare poche parole sussurrate che lui beve come fossero linfa vitale. Il resto rimane chiuso nelle profondità del mio cuore. Ancora troppo acerbo ed immaturo per nascere, forse, ma presente. 

Arriviamo davanti casa mia. Mi vede scrivere, ma non mi fa domande. Spegne il motore e poggia la testa sulle mie gambe. È stravolto quanto me. Il silenzio attorno a noi è assoluto. Poi la curiosità ha la meglio: “Cosa fai, amore?” mi domanda. 

“Scrivo.”

“Allora ti lascio fare.”

E torna a distendersi su di me. Gli occhi chiusi, il respiro che si fa sempre più lento man mano che scivola nel sonno. 

Ma ciò che è nato dentro me, brucia a fuoco lento. Si stiracchia pigro, ma presto avvamperà senza lasciare tregua, requie. Lo avverto. Percepisco le prime avvisaglie. I primi pensieri che denotano lo stato di allerta, ma io mi arrendo. 

Non ho intenzione di combattere l’amore. 

Una luna pallida ed ovattata incornicia questa notte. Mi segue mentre mi dirigo stancamente verso casa, illuminando il mio cammino. Mi fermo qualche secondo a guardarla nel suo candore magico. Penso che è bella e solitaria, come tutto ciò che è unico. Solitaria… Lo sono stata anche io, per tanto, forse troppo. Ma la marea del cambiamento mi travolge e io mi lascio cullare dal suo moto ipnotizzante. Felice, forse per la prima volta da sempre. 

Maschere

Nuove sensazioni. Un nuovo corpo, una nuova realtà e l’ombra dei vecchi ricordi e fantasmi che, ogni tanto, fa ancora capolino. 

Questa è la mia vita. Abitata da presenze che si fanno spazio nel mio quotidiano. Un nuovo volto da accarezzare, da sognare, da baciare. E tutto fa un po’ paura. È come venir accecati da una luce abbagliante e calda alla fine di un lungo e tortuoso percorso. Il calore mi fa rabbrividire, è una sensazione estranea dopo tanto gelo, e il riverbero del sole, del mio sole, mi fa lacrimare gli occhi che stentano ancora ad adattarsi alla nuova condizione, al nuovo giorno. Un giorno in cui le nubi temporalesche appaiono lontane. 

Le istantanee di ciò che è stato sbiadiscono, ma le porto con me. Perché non è possibile cancellare il passato con un colpo di spugna. Sarà sempre dentro di me, parte di me, ciò che ho fatto e i limiti che sono riuscita a superare, e la cocente sconfitta di non esser stata abbastanza. 

Tante prove da superare, tanti ostacoli da abbattere e una ritrovata, o forse nuova, consapevolezza. Che niente è eterno, che anche il dolore più inabilitante poi sfuma, che non si può forzare la mano al destino, che accettare di non avere “potere” è l’unico modo per andare avanti. 

E il giorno, abbagliante e tiepido, diventa poi notte. Fresca e silenziosa. Sopra di me un cielo terso cosparso di stelle lontane. La sua presenza calda e rassicurante che mi avvolge… E penso che, forse, stanotte, dopo mesi di incubi, sognerò. Sognerò di aver conquistato finalmente la mia libertà. 

A Year Ago… 

Avevo scritto un altro post. Più “allegro”, positivo, ugualmente riflessivo… Ma stasera qualcosa ha risvegliato dentro di me una sensazione dormiente.

Era un anno fa.

Mia madre era in ospedale ed io vagavo per casa, sola, smaniosa, disperata.

Volevo il conforto della persona che aveva promesso di proteggermi. Mi aveva detto che non mi avrebbe mai lasciata sola e quella sera, in particolare, lo aspettai. Mi avrebbe stretta tra le sue braccia per tutta la notte e avrebbe spazzato via parte delle preoccupazioni che mi attanagliavano.

Ma non arrivò mai… Mi lasciò sola, come aveva giurato di non fare, come aveva già fatto altre mille volte nelle ultime settimane… L’inizio di una fine che avevo già preventivato, ma che scioccamente avevo deciso di ignorare per dare una possibilità a me stessa.

È passato un anno e io sono qui. Diversa, cambiata nel profondo, ancora incompleta, ma desiderosa di ripartire. Ed accanto a me, su questo letto disfatto, c’è lui. Un altro lui. Non ancora il mio lui. Mi stringe a sé, non accade nulla, non sono pronta, ma c’è e c’è stato anche prima che io me ne rendessi conto.

Ha combattuto per starmi accanto, nonostante gli abbia reso il percorso ancora più irto di insidie, per difenderlo. Per difenderlo da me.

Lui così simile alla sua “nemesi” nel modo di esprimersi, in alcuni piccoli gesti, eppure così dicotomicamente diverso. Opposto.

Lo guardo e penso che è davvero bello. Fuori ma soprattutto dentro. Penso che vorrei poterlo amare, ma c’è ancora qualcosa “in corto circuito” dentro me e l’interruttore continua a fare falso contatto. La luce tremolante della lampadina lampeggia ad intermittenza e rischiara parzialmente la stanza, lasciandone in ombra gli angoli. Ed è proprio in quegli anfratti oscuri che albergano i miei demoni e le mie paure, che dimostrano un malsano attaccamento alla mia persona.

E così mi limito a guardarlo, ancora incapace, ancora a metà. Seguo il suo profilo con un dito e lui mi sorride, posando un bacio sulla mia mano. C’è tristezza nei suoi occhi, mista a paura. La paura di chi conosce, di chi ha sofferto, di chi capisce. Lo attiro a me e lo bacio, pensando che, se il destino vorrà, avremo tutto il tempo del mondo per capire che strada percorrere, magari insieme…

Goodbye my lover, goodbye my friend… 

Addio all’amico che sei stato per me, per quasi due anni della mia vita, quando neanche mi conoscevi poi così bene.

Addio all’amante attento e dolce che ho conosciuto fugacemente, e che mi ha fatto capire cosa sia la vera passione.

Addio alla persona che aveva promesso di esserci, ma mi ha abbandonata nel momento più nero della mia vita.

E addio alla persona che ho incontrato oggi, che non è altro che l’ombra di se stessa. Una persona in conflitto, lacerata, marcia, che ha eretto delle barriere attorno alla propria anima. Che con le lacrime agli occhi mi ha guardata, dicendomi tutto ciò che non poteva, per sua stessa imposizione, perché sarebbe stato troppo doloroso aprire la diga di quel fiume, ormai in piena, che si agita nel profondo del suo petto.

Addio alla persona che si accontenta e ha deciso di rinunciare al vero amore, quello che ti travolge e ti lascia senza fiato.

Addio a colui che nel suo “porto sicuro” non trova altro che l’abitudine e l’alone di un amore e una vita ormai sfioriti.

Addio amico mio, mio amore…

E se il destino lo vorrà, magari un giorno ci ricontreremo e rideremo di tutto questo  dolore…


Tomorrow – Chris Young

Vorrei…

Vorrei svegliarmi, una mattina, e restare sorpresa, avere un motivo per essere felice. Di quella gioia sincera, che permea tutto l’essere. 

Vorrei andare a dormire, una sera, cullando dentro me quella gioia, quella certezza, unita alla stanchezza di una giornata di lavoro e magari rifugiarmi tra le braccia di qualcuno di speciale ed indispensabile. 

Vorrei… 

Odio l’estate…

Cantava una vecchia canzone di Bruno Martino…

La odio perché mi ricorda tutto ciò che promette, ma non riesce a darmi. Quella spensieratezza, quella gioia. Lo staccare dalla routine, dal lavoro, per evadere.

Io… io che invece preferisco avere sempre tante cose da fare, tenermi impegnata, sentirmi utile, forse per evitare di pensare a tutto quello che non ho, la cui mancanza inizia a pesarmi come mai prima.

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