Tempo finito

È un bel po’ che non scrivo…
Le uniche volte in cui mi sono sentita “ispirata” sono stati quei momenti tra il sonno e la veglia, prima di scivolare nel mondo dei sogni.
Ho scritto in quei momenti. Tanto. Sul foglio invisibile dei miei pensieri.
Le parole scorrevano veloci, precise, nitide e tutto aveva senso; ma la stanchezza aveva il sopravvento. Troppo stanca per alzarmi ed abbandonare le lenzuola, per prendere un taccuino in mano o anche solo il cellulare e provare a mettere quei pensieri nero su bianco.
E così è passato un mese ed anche di più…
Il lavoro sempre più frenetico, la vita di coppia e le amicizie hanno occupato tutto il mio tempo.
Non mi lamento, ma talvolta mi manca ritagliarmi un po’ di tempo per me. Per scrivere, fare una passeggiata in solitudine e osservare il mare.
Riflettere, respirare e rallentare il ritmo dei propri pensieri che corrono frenetici.
Godersi la felicità tanto agognata, a dispetto dei tanti imprevisti.

E così sono qui. Anno nuovo e zero propositi (non per mancanza di stimoli, sia chiaro).
Mi scoccia farne e disattenderli. Preferisco gli obiettivi di breve periodo.
Vado avanti così, serena e stressata, confusa e felice (cit.), in bilico tra le tante cose da fare.

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Ma la vita non è forse questo, un perenne tenersi in equilibrio?

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Volti… 

Sono sotto la doccia e “scrivo”. Le parole compaiono nette, nitide e veloci nella mia mente, come se avessi carta e penna alla mano. 

Immagino di far l’amore con te sotto questa doccia immensa ed estranea, come ho fatto tante volte quando sono stata a Londra, quasi un anno fa. Quel bagno conserva i miei pianti solitari e i miei desideri nascosti ed inascoltati. 

Ti ho immaginato spesso con me. Il tuo fiato che si mescolava al mio, la tua lingua salire sul mio collo e tu dentro di me. Son sempre stati solo sogni e sapevo sarebbero rimasti tali, complice anche quel tuo complesso dei capelli. Non volevi che te li toccassi, perché li stavi perdendo e mettevi quella ridicola polvere colorata per mascherarlo. Le mie amiche mi prendevano in giro… Piangevo e ti desideravo e loro mi ripetevano di cercarmi qualcuno “meglio” di te, magari con i capelli a posto e gli “attributi”. Sorridevo e pensavo che io non ci badavo neanche più a quel tuo difetto. Non lo notavo, erano altre le cose che mi saltavano all’occhio. 

Ora sono qui, ad Istanbul, e scorgo un po’ di te nei volti dei passanti con il naso un po’ marcato, come il tuo, in una camminata che mi ricorda il tuo modo di incedere. Mi riscopro a pensarti talvolta, come adesso e mi chiedo ancora che senso abbia avuto tutto quel dolore, mio, forse anche tuo. Non riuscirò mai a spiegarmelo, ma ho smesso di andare in cerca di una risposta che neanche tu hai. Così vivo la mia vita e faccio come te… Ti rivedo un po’ ovunque, così come tu mi rivedi nei volti delle attrici dagli occhi verdi, nelle espressioni tra il buffo e il provocatorio, nelle chiome color grano, come mi scrivevi fino a ieri. Adesso il silenzio… Per poter ricominciare e riporre via il libro della nostra breve storia. Ma chissà se poi è davvero possibile lasciarsi alle spalle tutta quella passione… 

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E mi riscopro fragile, ad ogni angolo, ad ogni svolta, ad ogni accenno di cambiamento.

Vorrei riuscir a spazzare via quelle sensazioni che talvolta ancora mi cullano nei momenti di sconforto, facendomi precipitare in un sonno agitato. 

Mi risveglio, apro gli occhi ed esattamente come la prima volta, faccio difficoltà ad accettare tutti i vuoti che ora sono parte di me. 

Incompleta, inadatta, imperfetta. 

Così mi vedo a dispetto di ciò che gli altri percepiscono. Posso scherzare, divertirmi e ridere di cuore, ma la tristezza è sempre con me, silenziosa amica della mia vita.

Il mio passeggero oscuro mi guarda con sorriso beffardo. Mi ha ingabbiata. Io che avrei dovuto ingabbiare lui. Io che non sono stata abbastanza forte, che ancora arranco a dispetto degli spiragli di luce che fanno capolino lungo il mio cammino. I ricordi sono la mia gabbia, le speranze di quello che avrebbe potuto essere e non è.  

Ed io continuo a sopravvivere, cercando di ricordarmi come si fa a “vivere”…

Damaged goods: Alienante normalità 

Osservo le persone. Sono normali. Semplicemente normali. E rifletto che quella normalità mi è estranea. 

Non ho mai saputo cosa fosse una famiglia normale, amicizie normali, amori normali. 

Mio padre, come nel più classico cliché da B-movie americano, lascia mia madre per la segretaria. Le mie migliori amiche, nel corso degli anni, hanno fatto a gara a pugnalarmi alle spalle o a “rubarmi” il ragazzo che mi piaceva. E gli amori… quelli per cui ho dato tutta me stessa mi hanno lasciato distrutta. Ne porto ancora le cicatrici, alcune non del tutto rimarginate. 

E allora, riflettevo, che quando mi capita qualcosa di normale non so apprezzarlo. Sono così abituata alle perversioni mentali, da non riuscire ad accettare altro modo di vivere. “Normale”… Mi risulta alieno, insensato e talvolta noioso. Quanto deve essere tarato su parametri sbagliati, il mio mondo, per considerare una cosa normale “noiosa”? 

In bilico…

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… È così che mi sento, con un funambolo sospeso a metri di altezza.
In perenne e precario equilibrio tra il fare e non fare, dire e non dire.

Questo limbo che ormai abita i miei giorni da un anno non sembra voler scivolar via.
E così io resto in bilico, tra il voltare pagina e i ricordi.
Tra il volerli cancellare e il volerne vivere di nuovi.
Quando, in fondo, questa possibilità non c’è mai stata.

“Accetta ciò che non puoi cambiare”.
Continuo a ripetermi questa frase come un mantra. La interiorizzo, la faccio mia, ma talvolta mi sfugge dalle dita e dai pensieri e allora tutto torna a galla.
La voglia di stravolgere tutto, la voglia di mettere un punto, la voglia di lui; onnipresente fantasma che alberga nei miei ricordi e nella mia vita.
Una presenza costante eppure lontana che crea dipendenza e non mi lascia vivere, continuando a nutrirmi di illusioni. Illusioni che so essere bugie, parole a metà, paura. Più sua che mia. Io quella l’ho abbracciata e fatta mia quando mi sono trovata il vuoto attorno. Non mi fa più paura quasi nulla, il peggio ormai è andato… eppure resto lì, a metà tra il fondo e la luce.
È come nuotare e risalire dall’abisso, ma essere in balia delle correnti.
Non ho le pinne come Ariel, fatico a tornare a galla, ma la luce è lì ed io la vedo.
Prima o poi tornerò a stendermi sulla sabbia infuocata a godermi il sole della vita.
Quella in cui io sono la protagonista, quella in cui il dolore è solo un ricordo lontano, quella in cui avrò imparato a lasciarmi amare, lasciando da parte giochetti e mezze verità che danno solo un brivido momentaneo, ma ti lasciano in mano solo una manciata di vetri rotti consumati dal vento e dall’ipnotizzante moto delle onde.

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Sono…

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Sono una di quelle persone che ha un brutto carattere, di quelli non facili, che non ha vergogna di ammetterlo.

Sono una di quelle che dice sempre la verità fino in fondo, fino a far male.

Sono una di quelle persone che non ti permette di mettere la testa sotto la sabbia, che ti costringe a tirar fuori ciò che non vorresti ammettere neanche con te stesso.

Sono una di quelle che non accetta le situazioni irrisolte, che nella vita non tutto è bianco o nero, ma che gli ibridi, i grigi, poco li digerisce, se c’è modo di evitarli.

Sono una di quelle persone attente, che osservano; per conoscere, senza giudicare.

Sono una di quelle persone estremamente razionali che non aspettano altro che essere travolte dalla passione.

Sono una di quelle persone che sorride ogni volta che incrocia un cagnolino per strada e desidererebbe accarezzarlo.

Sono una di quelle persone che vorrebbe poter mettere a nudo la propria anima, ma che fatica a farlo perché troppe volte è stata calpestata.

Sono una di quelle persone che si è fatta ridurre in pezzi dalla passione, dall’amore non corrisposto, dalle amicizie sfumate e sta cercando di rimettere assieme i cocci del vaso; sperando che la vecchia tradizione giapponese del ricomporre ciò che è rotto, valorizzandone le crepe, valga anche per me.

Sono una di quelle che si commuove leggendo un libro o guardando un film.

Sono una di quelle che anche nell’affermazione più sciocca, cerca di trovare un significato.

Sono una di quelle persone che molti definirebbero “pesanti” perché vivo tutto intensamente, non lasciando mai niente al caso.

Sono una di quelle persone che crede nell’amicizia più di qualsiasi altra cosa, ed anche da essa è stata tradita.

Sono una di quelle che ama ascoltare le persone, perché c’è sempre da imparare dal prossimo. Nel bene o nel male.

Sono una di quelle persone che vorrebbe e sta lottando per liberarsi dai fantasmi di un passato ancora troppo prossimo, che la tormenta.

Sono una di quelle persone che alla mattina vorrebbe avere un pensiero felice a cui aggrapparsi per affrontare l’ennesima giornata, ma che al momento ha il vuoto attorno, nonostante sola non lo sia.

Sono una di quelle persone alla ricerca di un qualcosa che le sconvolga la vita, che le dia quel rush di adrenalina.

Sono una di quelle persone che non vuole solo sopravvivere in quest’epoca così difficile per noi giovani, ma che vuole vivere appieno delle sue potenzialità.

Sono una di quelle persone che non accetta i compromessi.

Sono una di quelle persone che soffre in silenzio, per non far troppo male agli altri.

Sono una di quelle persone che vorrebbe avere il potere di controllare tutto.

Sono sbagliata, giusta, complicata, impossibile, tenera, testarda, dura, malinconica, glaciale, intensa, dolce, scorbutica, solitaria, riflessiva, introversa, passionale, forte, debole, saggia, sensibile, sognatrice, realista, pragmatica,
Dicotomica.
E nonostante tutti i dolori e le gioie (seppur poche), non mi cambierei con nessun altro al mondo.

“Piove (…) su la favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude…”

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Stesa sul letto, nella penombra che questo tempo, quasi autunnale oggi, ha proiettato nella mia camera.
Le uniche luci nella stanza sono quelle che adornano il muro e corrono lungo tutta la parete.

Il suono della pioggia e l’odore di erba bagnata inebria l’aria e porta con sé ricordi e nuove riflessioni. Vorrei che potesse lavar via tutto il dolore e i pochi attimi di felicità legati a quei momenti fermi nel tempo che continuano a tormentarmi. Vorrei diventassero semplici istantanee di ciò che è stato e che i sentimenti ad essi legati si sciogliessero, lavati via come la polvere che si deposita sulle foglie e che con essa tornano a rivivere e risplendere di nuova luce. Di quel verde brillante, la linfa vitale in esse rinvigorita dal potere curativo dell’acqua.

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