#3

Di quelle sere autunnali, mascherate d’inverno.
Di quelle strade vuote illuminate dalla luce dei lampioni.
Di quella sensazione totale di appartenere a qualcuno.
Di mani intrecciate sopra il cambio dell’automobile.
Di quel cercarsi e trovarsi nel freddo dell’abitacolo.
Di quell’amore che ti avvolge e ti riempie.
Di quella gioia che si fa strada dentro di te in punta di piedi.

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#2

Neanche lo sai quante volte sei stato con me, eppure non c’eri. Quante volte avrei voluto confidarti le mie paure, le mie gioie, i miei dolori. Quante volte ti ho maledetto per la tua assenza.
E adesso il tuo ricordo sono volute di fumo che compaiono con il freddo dell’inverno, quando il calore incontra il gelo. Inconsistente, incostante, incorporeo. E io sono finalmente libera.

L’inverno del cuore

Ho conosciuto e vissuto l’inverno del cuore.
Lungo, freddo e solitario.
Nessuna emozione riusciva davvero a riscaldarmi l’animo. Le sensazioni era fugaci, come di passaggio. Una breve sosta in un autogrill per rifocillarsi prima di rimettersi in viaggio, per raggiungere posti lontani. Una meta sconosciuta anche al viaggiatore.

Ero così abituata a quella condizione che non mi sono mai resa conto di quanto fosse limitante.
Presa dallo studio, dal lavoro, da progetti, ho dimenticato di amare. Ho dimenticato come si facesse.
Mi crogiolavo nel mio freddo, accogliente e senza pretese. Osservavo con distacco l’evolversi delle diverse stagioni della vita attorno a me.

Ma l’inverno improvvisamente ha posto lasciato posto alla siccità. Senza darmi tempo di abituarmi all’idea, di abituare mente e corpo a quella nuova realtà.
Fulmineo.
Devastante.
Un’estate torrida mi ha travolto. Passione, ossessione, desiderio.
Tutto ciò che fino a quel momento non avevo neanche osato sognare, era lì. Lo vivevo e mi sentivo viva. Forse per la prima volta in vita mia.
Ma quel fuoco ha finito per bruciarmi, dentro e fuori.
Un incendio, divampato in un attimo e spentosi con la stessa rapidità, lasciando attorno a  sé una landa desolata. Ceneri di ciò che un tempo era stato rigoglioso, seppure sepolto sotto uno strato di sottile ghiaccio, in attesa di venir risvegliato.
Mi sono guardata attorno e ho trovato soltanto resti di me.
Non sapevo neanche chi fossi.
Quel fuoco aveva lasciato una fame insaziabile, un’aridità perenne che bramava acqua, come un viaggiatore errante in mezzo al deserto.
Ma non c’era acqua per me. Nessuna oasi a salvarmi. Nessun viandante salvatore pronto a dissetarmi.
Sola.
Stavolta non per scelta mia, ma del beffardo fato, della mal riposta fiducia, di uno sciocco sogno.

Autunno, placido e consolatorio. Un tempo per medicare le ferite, ancora troppo vive. Per provare a guarire, e poi di nuovo inverno.
Un inverno diverso.
Consapevole e doloroso.
Eterno, seppur breve.
Ceneri spazzate via dal vento, piogge continue per saziare quella sete inestinguibile e poi il meritato letargo, interrotto da una primavera anticipata.
Prepotente, perentoria, mi ha buttato giù dal mio letto di foglie, mi ha costretta ad affrontare i miei demoni e me stessa, a rimettere in discussione il mio concetto di amore.
Ho sempre pensato che l’amore, quello vero, dovesse nascere dalla sofferenza, dal tormento. Che le cose ottenute in maniera pacifica non valessero poi tanto, non quanto quelle sudate. Ho pensato di dover soffrire e mi sono auto-imposta un supplizio non necessario.
Ma la primavera, con i suoi germogli e il suo pacato calore, ha risvegliato nuove consapevolezze. Ha ridestato una ragione che non sapeva di esser tale, e di esser nel giusto.
Nuove foglie, di un verde pallido e fiori bianchi. Bianchi come la purezza di un nuovo sentimento. Semplice, cristallino.
Il bocciolo che diventa fiore rigoglioso. Di una perfezione e bellezza assoluti. Questo è l’amore. Quello che non ammette scuse, che non richiede torture, che è inevitabile.
Solido, avvolgente, caldo, totalizzante.
Ti riempie lasciandoti sazia, ma allo stesso tempo non schiava di esso. Una certezza in un mare di dubbi, quello della vita.
Il porto sicuro verso cui tornare.
La luce del faro che ti guida in acque scure.
Il riverbero del sole che fa capolino in una giornata di nuvole e ti ricorda che dopo la tempesta tornerà sempre il sole.

Primavera con sprazzi estate.
Passione.
Di nuovo, e nuova.
Quella che nutre il tuo corpo, senza prosciugarlo.
Quella che ti accende, senza bruciarti.
Quella che tutti agognano, ma pochi vivono.
Quella da custodire ed alimentare affinché bruci sempre, costantemente ed alimenti il nostro animo.
Quella passione che è concretezza di un amore puro.

E il nuovo inverno, quando arriverà, sarà diverso.
Sarà fatto di mani da riscaldare, abbracci infreddoliti e cuori da proteggere dal freddo della tempesta. Di sorrisi, pianti, gioie e dolori, ma condivisi. E seppur dovesse essere solitario, ora so… So cosa c’è oltre.
Ora so cosa significa amare, semplicemente amare.

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19 agosto – 19 settembre 

Le spire del sonno mi reclamano a sé, eppure resisto al loro ammaliante canto. Sento l’esigenza di scrivere queste due righe prima che svaniscano nella nebbia dei sogni.

Ci sono momenti di chiarezza cristallina, in cui riesci a vedere l’ordine di ciò che è stato prestabilito dall’universo. 

La pioggia accompagna questa notte malinconica, fatta di strade vuote e lampioni che gettano una luce calda sulle stradine alberate. 

Sono accoccolata sul sedile del passeggero. Reclinato, ed io raggomitolata come a voler custodire gelosamente le emozioni, facendomi scudo da quello che c’è attorno, per la paura che se le lasciassi andare, svanirebbero alle prime luci del mattino.

Non ho mai sentito che qualcosa o qualcuno potesse appartenermi tanto quanto lui. E mi spaventa. Mi terrorizza. Di quelle sensazioni che ti chiudono la gola e rendono mute le corde vocali. Riesco a pronunciare poche parole sussurrate che lui beve come fossero linfa vitale. Il resto rimane chiuso nelle profondità del mio cuore. Ancora troppo acerbo ed immaturo per nascere, forse, ma presente. 

Arriviamo davanti casa mia. Mi vede scrivere, ma non mi fa domande. Spegne il motore e poggia la testa sulle mie gambe. È stravolto quanto me. Il silenzio attorno a noi è assoluto. Poi la curiosità ha la meglio: “Cosa fai, amore?” mi domanda. 

“Scrivo.”

“Allora ti lascio fare.”

E torna a distendersi su di me. Gli occhi chiusi, il respiro che si fa sempre più lento man mano che scivola nel sonno. 

Ma ciò che è nato dentro me, brucia a fuoco lento. Si stiracchia pigro, ma presto avvamperà senza lasciare tregua, requie. Lo avverto. Percepisco le prime avvisaglie. I primi pensieri che denotano lo stato di allerta, ma io mi arrendo. 

Non ho intenzione di combattere l’amore. 

Una luna pallida ed ovattata incornicia questa notte. Mi segue mentre mi dirigo stancamente verso casa, illuminando il mio cammino. Mi fermo qualche secondo a guardarla nel suo candore magico. Penso che è bella e solitaria, come tutto ciò che è unico. Solitaria… Lo sono stata anche io, per tanto, forse troppo. Ma la marea del cambiamento mi travolge e io mi lascio cullare dal suo moto ipnotizzante. Felice, forse per la prima volta da sempre. 

Alla deriva

 

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Si ritorna alla routine.
Agosto finisce e con esso gli strascichi delle ultime giornate d’estate che si trascinavano lente. A dispetto del caldo, per me l’estate finisce con il 31 agosto, un po’ come per i bambini che con l’arrivo del nono mese sono “costretti” a tornare a scuola.
A nulla valgono le belle giornate di sole, ripongo tutto nello scatolone dei ricordi estivi e mi preparo ad affrontare il nuovo anno “scolastico”.
Chissà che volto avrà?
Sono ormai due, tre anni che mi faccio questa domanda. L’incertezza legata al nuovo inizio. Lavoro, amici, famiglia… è un perpetuo divenire, io che ora vorrei solo stabilità.
E mi sento come una barca, che ha appena lasciato la banchina e che naviga solcando le acque di un tranquillo lago di montagna. Le cime delle alture si specchiano nella distesa scintillante, impedendomi di vederne il fondo.
Non mi è mai piaciuto nuotare in acque “scure”. L’incertezza mi fa paura. È un timore che mi accompagna sin da bambina, che non è sparito neanche crescendo.
Nuoto, solco questa superficie riflettente, ma lo faccio solo perché devo.
Mi ritrovo qui perché la vita è così, non si può vivere eternamente ancorati alla terra ferma.
Il silenzio attorno a me è assoluto e, a dispetto della cupa distesa acqua che giace sotto di me, cerco di godermi il viaggio che magari mi porterà a scoprire nuove terre inesplorate ed affascinanti.
Mi lascio alle spalle poche certezze ed ancora tanti, troppi dubbi.

Maschere

Nuove sensazioni. Un nuovo corpo, una nuova realtà e l’ombra dei vecchi ricordi e fantasmi che, ogni tanto, fa ancora capolino. 

Questa è la mia vita. Abitata da presenze che si fanno spazio nel mio quotidiano. Un nuovo volto da accarezzare, da sognare, da baciare. E tutto fa un po’ paura. È come venir accecati da una luce abbagliante e calda alla fine di un lungo e tortuoso percorso. Il calore mi fa rabbrividire, è una sensazione estranea dopo tanto gelo, e il riverbero del sole, del mio sole, mi fa lacrimare gli occhi che stentano ancora ad adattarsi alla nuova condizione, al nuovo giorno. Un giorno in cui le nubi temporalesche appaiono lontane. 

Le istantanee di ciò che è stato sbiadiscono, ma le porto con me. Perché non è possibile cancellare il passato con un colpo di spugna. Sarà sempre dentro di me, parte di me, ciò che ho fatto e i limiti che sono riuscita a superare, e la cocente sconfitta di non esser stata abbastanza. 

Tante prove da superare, tanti ostacoli da abbattere e una ritrovata, o forse nuova, consapevolezza. Che niente è eterno, che anche il dolore più inabilitante poi sfuma, che non si può forzare la mano al destino, che accettare di non avere “potere” è l’unico modo per andare avanti. 

E il giorno, abbagliante e tiepido, diventa poi notte. Fresca e silenziosa. Sopra di me un cielo terso cosparso di stelle lontane. La sua presenza calda e rassicurante che mi avvolge… E penso che, forse, stanotte, dopo mesi di incubi, sognerò. Sognerò di aver conquistato finalmente la mia libertà.