When you settle, but you call it Love 

Sento, sempre più spesso, amiche ed amici confessare un disagio mascherato, un’insoddisfazione latente. Il tema è, immancabilmente, quello dei rapporti di coppia. Il restare insieme ai rispettivi partner per abitudine. Per paura dell’ignoto, di cosa verrà dopo, di soffrire e far soffrire. 

Paura. È una parola ricorrente in tutti i miei post. Un’emozione che permea le menti della mia generazione. 

Ascolto queste storie che mi vengono raccontate con fare leggero, davanti ad un aperitivo o nel silenzio estivo delle case  che si svuotano e diventano luoghi intimi e di confessione. 

Perché accontentarsi quando “rischiando” si potrebbe essere felici?Non credo alla scusa che si rifilano da soli “è complicato, lui/lei soffrirebbe troppo, non è il momento”.

E allora aspettano, forse in eterno. Ingannando se stessi e la controparte che magari è ignaramente innamorata, scioccamente cieca, caparbiamente determinata a fingere anch’ella di non vedere. 

Soffrono. Di quel dolore sordo, costante, che non ti abbandona. Che si infiltra nei giorni che passano fino a diventare il quotidiano. E quando scorgono un vero barlume di felicità e lo assaporano, poi finiscono col fuggire, spaventati da quella sensazione così vera, totalizzante e “nuova”, che porterebbe a stravolgere tutto. 

Perché l’altra faccia della felicità è il dolore. Il dolore che nasce dall’averla provata e poi persa. Ogni volta si finisce col pensare che non si riuscirà mai più ad essere felici. Ma il tempo sana le ferite e piano piano si ricomincia a vivere, ad emozionarsi, senza doversi rifugiare in un “contentino”, che ha lo stesso effetto di un batuffolo di cotone su un’emorragia.  

Una volta ho provato anche io ad accontentarmi. È stato un esperimento, terminato nel peggiori dei modi ed in breve tempo. Non riuscivo. Sono geneticamente incapace di farmi star bene qualcosa col solo scopo di riempire un vuoto. Meglio la solitudine ad un ameno porto sicuro che però non è il tuo. Ma c’è chi, invece, va avanti per anni, riempiendo album di istantanee nelle quali il sorriso non raggiunge gli occhi. Ed è triste pensare che avere il coraggio di essere felici dovrebbe essere ciò che ci muove, ciò che ci rende essere umani. 

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Lo squisito dolore di volere qualcuno inaccessibile…

Siamo esseri umani ed è una sacrosanta verità che non desideriamo ciò che è facile ottenere.
Il macerarsi e lacerarsi dietro chi ci tiene a debita distanza è un po’ la nostra croce.
Ma non parlo di quelle storie che prendono vita della mente di una persona e sfociano in stalking (anyone?), no.
Parlo di quelle storie consumate, vissute nell’ebrezza della passione, ma durate troppo poco, prima che la passione avesse tempo di trasformarsi in vero amore.
Quelle in cui l’innamoramento non ha avuto il tempo di sbocciare e diventare uno splendido fiore.
Ed è lì che scatta quell’odiosa dipendenza. Magari reciproca, magari univoca che spinge a cercare l’altro anche nell’impossibilità di averlo.
Perché non è sempre vero che “volere è potere”. Spesso la vita, il mancato coraggio, le persone, la distanza, il tempismo ci mettono talmente tanti bastoni tra le ruote che non resta che tirare i remi in barca e lasciarsi andare alla deriva.

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E si rimane… bloccati, incastrati in quel circolo vizioso senza riuscire ad uscirne.
Perché il desiderare qualcuno non basta. Non di fronte alla paura. Paura di infrangere il fittizio incantesimo in cui si vive cullandosi in una effimera felicità che non raggiunge il cuore, né gli occhi. Che porta insonnia. Che porta al bere, al delirare. Che porta alle confessioni notturne. Che porta al cercare l’altro contro ogni logica. Che porta ai farmaci. Che porta al cambiare vita, trasformandosi fino a non riconoscersi più. Che porta ad ammazzarsi di lavoro pur di sfuggire ad una vita che non soddisfa, ad un partner che finge di non vedere.
Si preferisce farsi del male da soli, piuttosto che avere rispetto per se stessi e per le persone che ci sono accanto e vivono nell’illusione che sia vero amore, che sarà per sempre.
Non è un peccato innamorarsi di qualcuno che non è il nostro partner. Capita…
Ma è sbagliato provare anche solo a fingere che non sia accaduto e illudere l’altro. È sbagliato andare contro se stessi e i propri sentimenti e mettere la testa sotto la sabbia servirà solo a rimandare le inevitabili conseguenze di qualche mese o anno.
Ed in questo modo, soffrono tutti. Chi prima, chi dopo…
Non ho mai capito questo modo di pensare, questo non agire.
Questo vivere a metà.
E allora cosa resta da fare?
Le parole non bastano, non sono mai abbastanza, ma sono comunque importanti perché anche i nodi indissolubili e le corde più robuste, si spezzano sotto il peso delle mancate verità. Quelle che non abbiamo il coraggio di affrontare, ascoltare e dire neanche a noi stessi.

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