L’inverno del cuore

Ho conosciuto e vissuto l’inverno del cuore.
Lungo, freddo e solitario.
Nessuna emozione riusciva davvero a riscaldarmi l’animo. Le sensazioni era fugaci, come di passaggio. Una breve sosta in un autogrill per rifocillarsi prima di rimettersi in viaggio, per raggiungere posti lontani. Una meta sconosciuta anche al viaggiatore.

Ero così abituata a quella condizione che non mi sono mai resa conto di quanto fosse limitante.
Presa dallo studio, dal lavoro, da progetti, ho dimenticato di amare. Ho dimenticato come si facesse.
Mi crogiolavo nel mio freddo, accogliente e senza pretese. Osservavo con distacco l’evolversi delle diverse stagioni della vita attorno a me.

Ma l’inverno improvvisamente ha posto lasciato posto alla siccità. Senza darmi tempo di abituarmi all’idea, di abituare mente e corpo a quella nuova realtà.
Fulmineo.
Devastante.
Un’estate torrida mi ha travolto. Passione, ossessione, desiderio.
Tutto ciò che fino a quel momento non avevo neanche osato sognare, era lì. Lo vivevo e mi sentivo viva. Forse per la prima volta in vita mia.
Ma quel fuoco ha finito per bruciarmi, dentro e fuori.
Un incendio, divampato in un attimo e spentosi con la stessa rapidità, lasciando attorno a  sé una landa desolata. Ceneri di ciò che un tempo era stato rigoglioso, seppure sepolto sotto uno strato di sottile ghiaccio, in attesa di venir risvegliato.
Mi sono guardata attorno e ho trovato soltanto resti di me.
Non sapevo neanche chi fossi.
Quel fuoco aveva lasciato una fame insaziabile, un’aridità perenne che bramava acqua, come un viaggiatore errante in mezzo al deserto.
Ma non c’era acqua per me. Nessuna oasi a salvarmi. Nessun viandante salvatore pronto a dissetarmi.
Sola.
Stavolta non per scelta mia, ma del beffardo fato, della mal riposta fiducia, di uno sciocco sogno.

Autunno, placido e consolatorio. Un tempo per medicare le ferite, ancora troppo vive. Per provare a guarire, e poi di nuovo inverno.
Un inverno diverso.
Consapevole e doloroso.
Eterno, seppur breve.
Ceneri spazzate via dal vento, piogge continue per saziare quella sete inestinguibile e poi il meritato letargo, interrotto da una primavera anticipata.
Prepotente, perentoria, mi ha buttato giù dal mio letto di foglie, mi ha costretta ad affrontare i miei demoni e me stessa, a rimettere in discussione il mio concetto di amore.
Ho sempre pensato che l’amore, quello vero, dovesse nascere dalla sofferenza, dal tormento. Che le cose ottenute in maniera pacifica non valessero poi tanto, non quanto quelle sudate. Ho pensato di dover soffrire e mi sono auto-imposta un supplizio non necessario.
Ma la primavera, con i suoi germogli e il suo pacato calore, ha risvegliato nuove consapevolezze. Ha ridestato una ragione che non sapeva di esser tale, e di esser nel giusto.
Nuove foglie, di un verde pallido e fiori bianchi. Bianchi come la purezza di un nuovo sentimento. Semplice, cristallino.
Il bocciolo che diventa fiore rigoglioso. Di una perfezione e bellezza assoluti. Questo è l’amore. Quello che non ammette scuse, che non richiede torture, che è inevitabile.
Solido, avvolgente, caldo, totalizzante.
Ti riempie lasciandoti sazia, ma allo stesso tempo non schiava di esso. Una certezza in un mare di dubbi, quello della vita.
Il porto sicuro verso cui tornare.
La luce del faro che ti guida in acque scure.
Il riverbero del sole che fa capolino in una giornata di nuvole e ti ricorda che dopo la tempesta tornerà sempre il sole.

Primavera con sprazzi estate.
Passione.
Di nuovo, e nuova.
Quella che nutre il tuo corpo, senza prosciugarlo.
Quella che ti accende, senza bruciarti.
Quella che tutti agognano, ma pochi vivono.
Quella da custodire ed alimentare affinché bruci sempre, costantemente ed alimenti il nostro animo.
Quella passione che è concretezza di un amore puro.

E il nuovo inverno, quando arriverà, sarà diverso.
Sarà fatto di mani da riscaldare, abbracci infreddoliti e cuori da proteggere dal freddo della tempesta. Di sorrisi, pianti, gioie e dolori, ma condivisi. E seppur dovesse essere solitario, ora so… So cosa c’è oltre.
Ora so cosa significa amare, semplicemente amare.

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Odio l’estate…

Cantava una vecchia canzone di Bruno Martino…

La odio perché mi ricorda tutto ciò che promette, ma non riesce a darmi. Quella spensieratezza, quella gioia. Lo staccare dalla routine, dal lavoro, per evadere.

Io… io che invece preferisco avere sempre tante cose da fare, tenermi impegnata, sentirmi utile, forse per evitare di pensare a tutto quello che non ho, la cui mancanza inizia a pesarmi come mai prima.

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