Alla deriva

 

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Si ritorna alla routine.
Agosto finisce e con esso gli strascichi delle ultime giornate d’estate che si trascinavano lente. A dispetto del caldo, per me l’estate finisce con il 31 agosto, un po’ come per i bambini che con l’arrivo del nono mese sono “costretti” a tornare a scuola.
A nulla valgono le belle giornate di sole, ripongo tutto nello scatolone dei ricordi estivi e mi preparo ad affrontare il nuovo anno “scolastico”.
Chissà che volto avrà?
Sono ormai due, tre anni che mi faccio questa domanda. L’incertezza legata al nuovo inizio. Lavoro, amici, famiglia… è un perpetuo divenire, io che ora vorrei solo stabilità.
E mi sento come una barca, che ha appena lasciato la banchina e che naviga solcando le acque di un tranquillo lago di montagna. Le cime delle alture si specchiano nella distesa scintillante, impedendomi di vederne il fondo.
Non mi è mai piaciuto nuotare in acque “scure”. L’incertezza mi fa paura. È un timore che mi accompagna sin da bambina, che non è sparito neanche crescendo.
Nuoto, solco questa superficie riflettente, ma lo faccio solo perché devo.
Mi ritrovo qui perché la vita è così, non si può vivere eternamente ancorati alla terra ferma.
Il silenzio attorno a me è assoluto e, a dispetto della cupa distesa acqua che giace sotto di me, cerco di godermi il viaggio che magari mi porterà a scoprire nuove terre inesplorate ed affascinanti.
Mi lascio alle spalle poche certezze ed ancora tanti, troppi dubbi.

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Take a deep breath and hit Play… 

Agire con la paura di perdere qualcuno, porterà esattamente a quell’esito. 

È quasi una legge matematica che non ammette eccezioni. La paura ci frena, ci snatura e non ci permette di essere noi stessi. Il risultato è che prende vita un individuo “distorto” agli occhi della controparte, quasi come se lo si osservasse attraverso uno di quegli specchi deformanti che divertono i bambini al parco giochi. 

E allora bisogna iniziare o tornare ad essere fedeli a se stessi nell’agire, o nel non agire, come nel mio caso. 

La sindrome dell’abbandono, che così spesso torna a far capolino, mi spinge ad essere accomodante, anche laddove normalmente manderei al diavolo qualcuno o semplicemente lo ignorerei. Ma quando si tiene ad una persona che sembra ti stia sfuggendo dalle dita, è difficile non rincorrere. È difficile, impossibile, non tendere una mano… Quella stessa mano che nel momento del bisogno si è ritrovata ad afferrare aria. 

E allora faccio un passo indietro e ricordo che sono io quella importante. Vengo prima io, nella mia vita. Sono io la protagonista. Faccio un respiro e premo play, di nuovo. Smetto di mettere in standby la mia vita, in attesa di ciò che avverrà. Vivo per me, senza pensare a cosa potrebbe portare un mio silenzio o una mia risposta “forte”, come ero solita fare quando era lui a cercarmi, quando era lui a morire per me… 

Ma adesso non si tratta più di lui, o di quello che è stato. Si tratta di me. Alcune volte dimentico di mettermi a fuoco attraverso l’obiettivo, perdendomi ad osservare ciò che c’è intorno, come se non contassi abbastanza… 

In bilico…

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… È così che mi sento, con un funambolo sospeso a metri di altezza.
In perenne e precario equilibrio tra il fare e non fare, dire e non dire.

Questo limbo che ormai abita i miei giorni da un anno non sembra voler scivolar via.
E così io resto in bilico, tra il voltare pagina e i ricordi.
Tra il volerli cancellare e il volerne vivere di nuovi.
Quando, in fondo, questa possibilità non c’è mai stata.

“Accetta ciò che non puoi cambiare”.
Continuo a ripetermi questa frase come un mantra. La interiorizzo, la faccio mia, ma talvolta mi sfugge dalle dita e dai pensieri e allora tutto torna a galla.
La voglia di stravolgere tutto, la voglia di mettere un punto, la voglia di lui; onnipresente fantasma che alberga nei miei ricordi e nella mia vita.
Una presenza costante eppure lontana che crea dipendenza e non mi lascia vivere, continuando a nutrirmi di illusioni. Illusioni che so essere bugie, parole a metà, paura. Più sua che mia. Io quella l’ho abbracciata e fatta mia quando mi sono trovata il vuoto attorno. Non mi fa più paura quasi nulla, il peggio ormai è andato… eppure resto lì, a metà tra il fondo e la luce.
È come nuotare e risalire dall’abisso, ma essere in balia delle correnti.
Non ho le pinne come Ariel, fatico a tornare a galla, ma la luce è lì ed io la vedo.
Prima o poi tornerò a stendermi sulla sabbia infuocata a godermi il sole della vita.
Quella in cui io sono la protagonista, quella in cui il dolore è solo un ricordo lontano, quella in cui avrò imparato a lasciarmi amare, lasciando da parte giochetti e mezze verità che danno solo un brivido momentaneo, ma ti lasciano in mano solo una manciata di vetri rotti consumati dal vento e dall’ipnotizzante moto delle onde.

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“Piove (…) su la favola bella che ieri m’illuse, che oggi t’illude…”

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Stesa sul letto, nella penombra che questo tempo, quasi autunnale oggi, ha proiettato nella mia camera.
Le uniche luci nella stanza sono quelle che adornano il muro e corrono lungo tutta la parete.

Il suono della pioggia e l’odore di erba bagnata inebria l’aria e porta con sé ricordi e nuove riflessioni. Vorrei che potesse lavar via tutto il dolore e i pochi attimi di felicità legati a quei momenti fermi nel tempo che continuano a tormentarmi. Vorrei diventassero semplici istantanee di ciò che è stato e che i sentimenti ad essi legati si sciogliessero, lavati via come la polvere che si deposita sulle foglie e che con essa tornano a rivivere e risplendere di nuova luce. Di quel verde brillante, la linfa vitale in esse rinvigorita dal potere curativo dell’acqua.

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Aspetto…

Aspetto il momento in cui sentire il tuo nome non mi farà più mancare i battiti del cuore

Aspetto il giorno in cui un tuo messaggio non sia capace di risollevarmi l’umore

Aspetto il giorno in cui smetterò di chiedermi come è potuto succedere, come sono passata dall’essere indispensabile a futile

Aspetto il giorno in cui deciderai, dicendomi “ti voglio” oppure “amo un’altra”, poco importa se l’una o l’altra cosa, a questo punto

Aspetto il giorno in cui riuscirò ad ignorarti senza dovermi costringere a farlo

Aspetto che tu scompaia dalla mia vita o che ne entri a far parte a tutti gli effetti

Aspetto il giorno in cui smetterai di essere una presenza-assenza virtuale

Aspetto e spero che tu smetta di dirmi che mi pensi, che non riesci a lasciarmi andare via, senza poi fare nulla perché la situazione è difficile

Aspetto che tu prenda la tua vita in mano e faccia qualcosa che ti renda davvero felice

Aspetto che tu distrugga questo limbo in cui ci hai gettati e che ci tiene a malapena in vita

Aspetto che tu abbia coraggio di vivere, quello che non hai mai avuto, quello che ti fa difetto

Aspetto il giorno in cui smetterò di provare quello che provo e che tutto il male che mi hai fatto mi faccia aprire gli occhi su chi realmente sei

Aspetto che tutte le bugie che mi hai raccontato mi diano il colpo di grazia e mi costringano a mandarti al diavolo

Aspetto il momento in cui smetterai di essere uno dei miei primi pensieri

Aspetto il giorno in cui sarò finalmente serena e tranquilla, senza il tuo spettro a tormentarmi

Aspetto il giorno in cui riuscirò a mettere un punto e a farla finita perché sarò davvero convinta che tu non sei quello per me

Aspetto il giorno in cui mente e cuore finalmente cammineranno di pari passo, come avevano sempre fatto prima di te

Aspetto il giorno in cui io la smetta di colpevolizzarmi, in cui riesca a perdonarmi. A smettere di odiarmi

Aspetto il giorno in cui i ricordi siano solo quello, ricordi. Magari sbiaditi nell’album della mia vita

Aspetto il momento in cui smetterò di aspettarti

Aspetto di essere libera

Lo squisito dolore di volere qualcuno inaccessibile…

Siamo esseri umani ed è una sacrosanta verità che non desideriamo ciò che è facile ottenere.
Il macerarsi e lacerarsi dietro chi ci tiene a debita distanza è un po’ la nostra croce.
Ma non parlo di quelle storie che prendono vita della mente di una persona e sfociano in stalking (anyone?), no.
Parlo di quelle storie consumate, vissute nell’ebrezza della passione, ma durate troppo poco, prima che la passione avesse tempo di trasformarsi in vero amore.
Quelle in cui l’innamoramento non ha avuto il tempo di sbocciare e diventare uno splendido fiore.
Ed è lì che scatta quell’odiosa dipendenza. Magari reciproca, magari univoca che spinge a cercare l’altro anche nell’impossibilità di averlo.
Perché non è sempre vero che “volere è potere”. Spesso la vita, il mancato coraggio, le persone, la distanza, il tempismo ci mettono talmente tanti bastoni tra le ruote che non resta che tirare i remi in barca e lasciarsi andare alla deriva.

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E si rimane… bloccati, incastrati in quel circolo vizioso senza riuscire ad uscirne.
Perché il desiderare qualcuno non basta. Non di fronte alla paura. Paura di infrangere il fittizio incantesimo in cui si vive cullandosi in una effimera felicità che non raggiunge il cuore, né gli occhi. Che porta insonnia. Che porta al bere, al delirare. Che porta alle confessioni notturne. Che porta al cercare l’altro contro ogni logica. Che porta ai farmaci. Che porta al cambiare vita, trasformandosi fino a non riconoscersi più. Che porta ad ammazzarsi di lavoro pur di sfuggire ad una vita che non soddisfa, ad un partner che finge di non vedere.
Si preferisce farsi del male da soli, piuttosto che avere rispetto per se stessi e per le persone che ci sono accanto e vivono nell’illusione che sia vero amore, che sarà per sempre.
Non è un peccato innamorarsi di qualcuno che non è il nostro partner. Capita…
Ma è sbagliato provare anche solo a fingere che non sia accaduto e illudere l’altro. È sbagliato andare contro se stessi e i propri sentimenti e mettere la testa sotto la sabbia servirà solo a rimandare le inevitabili conseguenze di qualche mese o anno.
Ed in questo modo, soffrono tutti. Chi prima, chi dopo…
Non ho mai capito questo modo di pensare, questo non agire.
Questo vivere a metà.
E allora cosa resta da fare?
Le parole non bastano, non sono mai abbastanza, ma sono comunque importanti perché anche i nodi indissolubili e le corde più robuste, si spezzano sotto il peso delle mancate verità. Quelle che non abbiamo il coraggio di affrontare, ascoltare e dire neanche a noi stessi.

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Paura di essere felice?

Riflettevo…

Riflettevo sulle delusioni che inevitabilmente costellano la vita di ogni persona. A come, talvolta, ci si ancori al dolore e non lo si lasci fluire via. Quasi come fosse l’unica cosa capace di farci sentire vivi.
Ho condannato per tanto tempo le persone che agivano in questo modo, finché mi sono ritrovata incastrata in quello stesso pattern anche io.
E non è per mancanza di volontà che non se ne esce fuori.
I pensieri, i luoghi, i volti delle persone, le canzoni ed i silenzi, tutto ti rimanda all’oggetto del dolore che custodiamo gelosamente, in un angolo non tanto recondito di noi stessi.
E ci permea il volto, le parole e le non-azioni.
Perché allora non liberarsene?
Credo che, ad un certo punto della nostra vita, tutti meritiamo un barlume di felicità.
Soprattutto per chi, come me, le cose nella vita se l’è dovute guadagnare. Un pezzetto del puzzle alla volta.
Per chi, come me, è stato sempre la seconda scelta di qualcuno. Sempre che sia stato scelto affatto.
Per chi non ha avuto alle spalle la famiglia del mulino bianco.
Per chi ha dovuto battersi contro il male del secolo che ha colpito una persona cara.
Per chi ambisce ad UN posto di lavoro. Neanche il tanto ambito posto fisso, ci si accontenterebbe anche di meno.
Per chi è stato deluso a ripetizione dalle amicizie.
Per chi si è visto tradito da chi aveva promesso di proteggerlo.
Per chi vorrebbe solo essere amato per quello che è. Senza maschere o finzioni.
Per chi continua, a dispetto di tutto, a sperare che le cose, prima o poi, prenderanno una piega diversa.
Per chi non si adagia, ma continua a combattere.
Per chi, sì, ok si piange addosso, ma come sfogo, per poi rimboccarsi le maniche. Del resto nessuno è perfetto.
Per chi vorrebbe vedere il cambiamento non solo a parole, ma con i fatti.
Per chi non si è mai arreso e quella lucina alla fine del tunnel la vede. Lontana sì, ma abbagliante, calda ed invitante, e non aspetta altro che potercisi tuffare dentro.

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