Di amiche ritrovate e nuove arrivate…

Le amicizie sono importanti, più di quanto possa esserlo un partner, talvolta.
Di questo ne sono sempre stata convinta.
In teoria, un amico/a è per la vita. Insieme si affrontano e condividono gioie, dolori, drammi e follie. Un partner… beh, diciamo che il “per sempre” che tutti ci auguriamo non sempre risulta tale. Ma non è d’amore che voglio star a disquisire.

Negli anni, ho perso tante amiche.
Per scelta, mia o loro, per via del caso, per litigi.
Qualcuna è tornata, qualcuna no. Ciò che è sicuro è che niente è più stato lo stesso.
Un’amica ti cambia, anche quando attraversa solo fugacemente la tua vita. Ti insegna qualcosa su se stessa, su te stessa.

Io ed M. siamo amiche da più di 20 anni.
Ce ne siamo fatte di tutti i colori.
Ero una bambina solitaria, figlia unica. Da piccina, cercavo disperatamente l’amica del cuore e l’avevo trovata in lei. Nonostante il legame forte, le vacanze passate assieme e gli infiniti pomeriggi passati a cantare le canzoni di Mariah Carey e Whitney Houston, è arrivato l’immancabile momento in cui IO diventa più importante del NOI.
E così i primi litigi, per i ragazzi, ovviamente.
Io subivo passivamente. Timorosa di perdere la sua amicizia.
Passo dopo passo, abbiamo iniziando ad allontanarci. Litigavamo per poi far pace, ma niente era come prima.
Mancava la fiducia.
E in quel caso, nemmeno un immenso affetto può rimediare.
Sembrerà assurdo, ma nonostante tutto quello che abbiamo passato, l’affetto è sempre stato una costante solida, indiscussa, inamovibile. Contorto e perverso, ci siamo volute bene pur facendoci del male.
Giorni, mesi e talvolta anni senza parlare, per poi non riuscire a far a meno di riallacciare i rapporti. Per reale volontà, non per via del caso che non ci ha mai aiutato.
Sì, perché durante i periodi di silenzio, e pur abitando a qualche metro di distanza, non ci incontravamo mai.
Il tempo e il destino ci tenevano distanti, dandoci forse il tempo di guarire.

E dopo lei, tante altre hanno incrociato il mio cammino.
Amiche a cui ho voluto immensamente bene, ma che sono scivolate via.
Ricordo R., mia compagna di università e I., mia amica sui banchi di scuola.
Sono state importanti, ma ciò che facevo era sempre paragonare loro con M., la mia “sorella” mancata, forse.

Sono passati 2 decenni e io ed M. siamo ancora qui.
Lei in attesa di una pargoletta, io presa dai mille impegni lavorativi. Eppure, nonostante il caos della vita e le diverse scelte intraprese, ci siamo ritrovate e ci stiamo ritrovando.
I nostri rispettivi compagni complici in questo meraviglioso gioco.
E così le serate passano leggere, tra risate e racconti dei tempi andati. Un pizzico di nostalgia e malinconia riecheggia nei nostri racconti, ma siamo pronte a scriverne di nuovi. Con nuove consapevolezze e storie da raccontare.
Consce che la nostra, forse, è una di quelle amicizie che durerà per sempre, a dispetto di tutto.

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Tempo finito

È un bel po’ che non scrivo…
Le uniche volte in cui mi sono sentita “ispirata” sono stati quei momenti tra il sonno e la veglia, prima di scivolare nel mondo dei sogni.
Ho scritto in quei momenti. Tanto. Sul foglio invisibile dei miei pensieri.
Le parole scorrevano veloci, precise, nitide e tutto aveva senso; ma la stanchezza aveva il sopravvento. Troppo stanca per alzarmi ed abbandonare le lenzuola, per prendere un taccuino in mano o anche solo il cellulare e provare a mettere quei pensieri nero su bianco.
E così è passato un mese ed anche di più…
Il lavoro sempre più frenetico, la vita di coppia e le amicizie hanno occupato tutto il mio tempo.
Non mi lamento, ma talvolta mi manca ritagliarmi un po’ di tempo per me. Per scrivere, fare una passeggiata in solitudine e osservare il mare.
Riflettere, respirare e rallentare il ritmo dei propri pensieri che corrono frenetici.
Godersi la felicità tanto agognata, a dispetto dei tanti imprevisti.

E così sono qui. Anno nuovo e zero propositi (non per mancanza di stimoli, sia chiaro).
Mi scoccia farne e disattenderli. Preferisco gli obiettivi di breve periodo.
Vado avanti così, serena e stressata, confusa e felice (cit.), in bilico tra le tante cose da fare.

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Ma la vita non è forse questo, un perenne tenersi in equilibrio?

#3

Di quelle sere autunnali, mascherate d’inverno.
Di quelle strade vuote illuminate dalla luce dei lampioni.
Di quella sensazione totale di appartenere a qualcuno.
Di mani intrecciate sopra il cambio dell’automobile.
Di quel cercarsi e trovarsi nel freddo dell’abitacolo.
Di quell’amore che ti avvolge e ti riempie.
Di quella gioia che si fa strada dentro di te in punta di piedi.

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L’inverno del cuore

Ho conosciuto e vissuto l’inverno del cuore.
Lungo, freddo e solitario.
Nessuna emozione riusciva davvero a riscaldarmi l’animo. Le sensazioni era fugaci, come di passaggio. Una breve sosta in un autogrill per rifocillarsi prima di rimettersi in viaggio, per raggiungere posti lontani. Una meta sconosciuta anche al viaggiatore.

Ero così abituata a quella condizione che non mi sono mai resa conto di quanto fosse limitante.
Presa dallo studio, dal lavoro, da progetti, ho dimenticato di amare. Ho dimenticato come si facesse.
Mi crogiolavo nel mio freddo, accogliente e senza pretese. Osservavo con distacco l’evolversi delle diverse stagioni della vita attorno a me.

Ma l’inverno improvvisamente ha posto lasciato posto alla siccità. Senza darmi tempo di abituarmi all’idea, di abituare mente e corpo a quella nuova realtà.
Fulmineo.
Devastante.
Un’estate torrida mi ha travolto. Passione, ossessione, desiderio.
Tutto ciò che fino a quel momento non avevo neanche osato sognare, era lì. Lo vivevo e mi sentivo viva. Forse per la prima volta in vita mia.
Ma quel fuoco ha finito per bruciarmi, dentro e fuori.
Un incendio, divampato in un attimo e spentosi con la stessa rapidità, lasciando attorno a  sé una landa desolata. Ceneri di ciò che un tempo era stato rigoglioso, seppure sepolto sotto uno strato di sottile ghiaccio, in attesa di venir risvegliato.
Mi sono guardata attorno e ho trovato soltanto resti di me.
Non sapevo neanche chi fossi.
Quel fuoco aveva lasciato una fame insaziabile, un’aridità perenne che bramava acqua, come un viaggiatore errante in mezzo al deserto.
Ma non c’era acqua per me. Nessuna oasi a salvarmi. Nessun viandante salvatore pronto a dissetarmi.
Sola.
Stavolta non per scelta mia, ma del beffardo fato, della mal riposta fiducia, di uno sciocco sogno.

Autunno, placido e consolatorio. Un tempo per medicare le ferite, ancora troppo vive. Per provare a guarire, e poi di nuovo inverno.
Un inverno diverso.
Consapevole e doloroso.
Eterno, seppur breve.
Ceneri spazzate via dal vento, piogge continue per saziare quella sete inestinguibile e poi il meritato letargo, interrotto da una primavera anticipata.
Prepotente, perentoria, mi ha buttato giù dal mio letto di foglie, mi ha costretta ad affrontare i miei demoni e me stessa, a rimettere in discussione il mio concetto di amore.
Ho sempre pensato che l’amore, quello vero, dovesse nascere dalla sofferenza, dal tormento. Che le cose ottenute in maniera pacifica non valessero poi tanto, non quanto quelle sudate. Ho pensato di dover soffrire e mi sono auto-imposta un supplizio non necessario.
Ma la primavera, con i suoi germogli e il suo pacato calore, ha risvegliato nuove consapevolezze. Ha ridestato una ragione che non sapeva di esser tale, e di esser nel giusto.
Nuove foglie, di un verde pallido e fiori bianchi. Bianchi come la purezza di un nuovo sentimento. Semplice, cristallino.
Il bocciolo che diventa fiore rigoglioso. Di una perfezione e bellezza assoluti. Questo è l’amore. Quello che non ammette scuse, che non richiede torture, che è inevitabile.
Solido, avvolgente, caldo, totalizzante.
Ti riempie lasciandoti sazia, ma allo stesso tempo non schiava di esso. Una certezza in un mare di dubbi, quello della vita.
Il porto sicuro verso cui tornare.
La luce del faro che ti guida in acque scure.
Il riverbero del sole che fa capolino in una giornata di nuvole e ti ricorda che dopo la tempesta tornerà sempre il sole.

Primavera con sprazzi estate.
Passione.
Di nuovo, e nuova.
Quella che nutre il tuo corpo, senza prosciugarlo.
Quella che ti accende, senza bruciarti.
Quella che tutti agognano, ma pochi vivono.
Quella da custodire ed alimentare affinché bruci sempre, costantemente ed alimenti il nostro animo.
Quella passione che è concretezza di un amore puro.

E il nuovo inverno, quando arriverà, sarà diverso.
Sarà fatto di mani da riscaldare, abbracci infreddoliti e cuori da proteggere dal freddo della tempesta. Di sorrisi, pianti, gioie e dolori, ma condivisi. E seppur dovesse essere solitario, ora so… So cosa c’è oltre.
Ora so cosa significa amare, semplicemente amare.

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Alla deriva

 

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Si ritorna alla routine.
Agosto finisce e con esso gli strascichi delle ultime giornate d’estate che si trascinavano lente. A dispetto del caldo, per me l’estate finisce con il 31 agosto, un po’ come per i bambini che con l’arrivo del nono mese sono “costretti” a tornare a scuola.
A nulla valgono le belle giornate di sole, ripongo tutto nello scatolone dei ricordi estivi e mi preparo ad affrontare il nuovo anno “scolastico”.
Chissà che volto avrà?
Sono ormai due, tre anni che mi faccio questa domanda. L’incertezza legata al nuovo inizio. Lavoro, amici, famiglia… è un perpetuo divenire, io che ora vorrei solo stabilità.
E mi sento come una barca, che ha appena lasciato la banchina e che naviga solcando le acque di un tranquillo lago di montagna. Le cime delle alture si specchiano nella distesa scintillante, impedendomi di vederne il fondo.
Non mi è mai piaciuto nuotare in acque “scure”. L’incertezza mi fa paura. È un timore che mi accompagna sin da bambina, che non è sparito neanche crescendo.
Nuoto, solco questa superficie riflettente, ma lo faccio solo perché devo.
Mi ritrovo qui perché la vita è così, non si può vivere eternamente ancorati alla terra ferma.
Il silenzio attorno a me è assoluto e, a dispetto della cupa distesa acqua che giace sotto di me, cerco di godermi il viaggio che magari mi porterà a scoprire nuove terre inesplorate ed affascinanti.
Mi lascio alle spalle poche certezze ed ancora tanti, troppi dubbi.

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Nuove sensazioni. Un nuovo corpo, una nuova realtà e l’ombra dei vecchi ricordi e fantasmi che, ogni tanto, fa ancora capolino. 

Questa è la mia vita. Abitata da presenze che si fanno spazio nel mio quotidiano. Un nuovo volto da accarezzare, da sognare, da baciare. E tutto fa un po’ paura. È come venir accecati da una luce abbagliante e calda alla fine di un lungo e tortuoso percorso. Il calore mi fa rabbrividire, è una sensazione estranea dopo tanto gelo, e il riverbero del sole, del mio sole, mi fa lacrimare gli occhi che stentano ancora ad adattarsi alla nuova condizione, al nuovo giorno. Un giorno in cui le nubi temporalesche appaiono lontane. 

Le istantanee di ciò che è stato sbiadiscono, ma le porto con me. Perché non è possibile cancellare il passato con un colpo di spugna. Sarà sempre dentro di me, parte di me, ciò che ho fatto e i limiti che sono riuscita a superare, e la cocente sconfitta di non esser stata abbastanza. 

Tante prove da superare, tanti ostacoli da abbattere e una ritrovata, o forse nuova, consapevolezza. Che niente è eterno, che anche il dolore più inabilitante poi sfuma, che non si può forzare la mano al destino, che accettare di non avere “potere” è l’unico modo per andare avanti. 

E il giorno, abbagliante e tiepido, diventa poi notte. Fresca e silenziosa. Sopra di me un cielo terso cosparso di stelle lontane. La sua presenza calda e rassicurante che mi avvolge… E penso che, forse, stanotte, dopo mesi di incubi, sognerò. Sognerò di aver conquistato finalmente la mia libertà.